Il “Remote” è morto. Lunga vita al Distributed

remote-distributed-2xLa parola “remote” viene utilizzata con accezione negativa: indicando qualcosa o qualcuno che è molto lontano, isolato. Qualcosa o qualcuno che è in contatto con la realtà di come stanno realmente le cose.

Se ci immergiamo nella realtà dello sviluppatore di software e pensiamo al termine remote, ci viene in mente sicuramente l’accesso a una macchina che sta al di fuori della nostra portata, della nostra vista, ma che comunque può essere controllata. La comunicazione in questo caso è unidirezionale.

Il termine remote si concentra sul fatto di dove il membro del team si trovi. Non affronta il tema su ciò che c’è da fare per il team, o su come deve essere fatto. Il dove è del tutto irrilevante per il lavoro.

Per contro, il termine distributed, si presta naturalmente a pensare a quello che deve essere fatto e come fare per farlo insieme.

La comunicazione in un team distributed non è unidirezionale, non è nemmeno bidirezionale, è n-direzionale in quanto ogni individuo qui decide come lavorare insieme verso un obiettivo comune.

Un’organizzazione passando dall’aver lavoratori remoti al modello distribuito, aiuta i teams a distinguere la mentalità remota contro quella in-office.

In un modello remoto, è comune per coloro che sono in un ufficio (che possono benissimo essere lontani dalla sede di lavoro) chiedere, “perchè quella persona arriva a lavorare da casa (o da spazio di co-working) e io devo essere in ufficio?” È anche comune che un lavoratore a distanza si senta lasciato fuori dal giro perchè la comunicazione avviene maggiormente di persona.

Il passaggio da pensare a persone come “remoto” a squadre, essendo distributed teams, ci permette di semplificare la comunicazione, creare collegamenti più forti, espandere i candidati che assumiamo in modo da trovare la soluzione migliore per le nostre squadre, non solo con il talento “locale”.

Le caratteristiche dei distributed teams sono:

  • come lavoriamo è la forza trainante del nostro successo (non dove lavoriamo);
  • avere obiettivi concreti e realizzabili;
  • comunicazione chiara e focalizzata;
  • autogestione individuale che contribuisce in modo equo al successo della squadra.

Vediamo invece cosa non è il concetto di distributed teams:

  • un’opportunità di sottrarsi alla responsabilità;
  • un modo per uscire dall’essere parte di un gruppo;
  • la possibilità di evitare riunioni o di essere in mezzo alla gente.

Il modello distribuito ci permette di fare il nostro lavoro migliore quando i nostri corpi e le menti stanno meglio, piuttosto che doverci sentire dei “culi sulla sedia dalle 9 alle 17, per poter essere notati”.

Come le nostre tecnologie diventano più distribuite (come già sono), così le nostre squadre che diventando distributive facilitano la nostra capacità di pensare a come funziona il nostro software (e come può essere migliorato), e come il nostro software funziona aiuta a modellare il modo in cui i nostri teams cambiano in modo efficace i nostri prodotti verso il loro scopo finale.

Quindi questo è un invito a unirvi nel nostro viaggio verso l’eliminazione dell’idea di lavoratori remoti e abbracciare l’idea di teams distribuiti. Nei prossimi mesi pubblicheremo sicuramente retrospettive di quello che abbiamo visto (nelle organizzazioni) e come ha funzionato per i loro teams.

Vi invitiamo ad unirvi a noi a fare lo stesso utilizzando il tag #distributedteams per condividere ciò che avete visto voi stessi o provato, cosa ha funzionato e che cosa non è andato bene come speravate.

Non siamo in remoto. Non siamo in ufficio. Siamo distribuiti.

Un commento

  • nome

    mi sembra l’ennesima “moda” di cambiare le parole. ma un lavoratore precario resta precario anche se lo si defrinisce “agile” anzi, “agiail”. Infiocchettare il pacco non cambiera’ il fatto che centro ci sia letame di cavallo… e chiamarlo “facilitatore di crescita biologico per vegetali” non ne diminuira’ la puzza.

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